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Il bambino del perché, il perché del bambino: il potere delle domande.

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Il bambino del “perché?”, il “perché” del bambino: il potere delle domande.
(…Ovvero, l’unico corso che non dovremo mai pagare e che, paradossalmente, rischiamo di ignorare).
“Piccolo uomo, nessuno ti ha domandato, finora, perché tu non sia riuscito a conquistarti la libertà, oppure, avendola conquistata, perché l’abbia ceduta nuovamente ad un altro padrone”. Wilhelm Reich
Raffaele Iannuzzi

Non sono un motivatore. Non ho mai neanche ben capito che cosa significhi “motivare” qualcuno. Forse perché, nella mia vita, non ho mai avuto bisogno di motivarmi o di farmi motivare. Scelsi, nel secolo scorso, di studiare filosofia, a Pisa. Mio padre, all’inizio, non era d’accordo, poi si mise il cuore in pace. Ma non c’è il pasto gratis: voleva vedere i risultati. E li vide, i risultati, brillanti, esame dopo esame, fino alla tesi, e infine non ci fu bisogno di motivazione neanche per lui. I fatti sono testardi e parlano sempre il linguaggio della vita, carico di emozioni e generativo. Generativo vuol dire innanzitutto aperto alle possibilità che la realtà ci pone sempre davanti.

La premessa sembra fuori tema, invece centra proprio il cuore della questione: noi, oggi, non abbiamo bisogno di motivazione, ma di altro.
Di cosa? Di una risorsa, innanzitutto: il potere.
E la buona notizia è che abbiamo già tutto nel pacchetto originario, fin dal primo vagito, usciti dal grembo della madre. Quando dico tutto, è proprio tutto, non tralascio niente. Il punto è che noi siamo già questo, ma poi, durante la vita, dobbiamo diventarlo, e fare di questa struttura di base la nostra forza creativa e generativa.

Perché, allora, non serve la motivazione? Per una semplice ragione, che basta vivere qualche decennio per capire: nessuno riuscirà mai a farti fare qualcosa che non senti tuo fino in fondo. O, meglio, lo farai, magari anche accettabilmente, ma questo non sposterà molto nel mondo e neppure nell’ambiente professionale nel quale operi. Rimarrà un’azione senza intenzione (vedremo nei prossimi post il peso specifico dell’intenzione e quanto valore essa abbia in una vita).
Perché la motivazione cosiddetta “esterna” è un non-senso: il motivo della mia vita e del mio agire non è fuori di me, cioè esterno, ma dentro di me, dunque interno. Tutto qua.

E’ perfino troppo semplice. Infatti, essendo l’ovvio qualcosa di elusivo, e tendendo, così, a nascondersi, quasi tutti lo ignorano, e alla fine ti sorbisci corsi sulla motivazione del personale in azienda, sulla capacità di motivare dei manager, e altra roba di questo genere e tenore.

Le persone escono fuori da queste esperienze perfino contrariate. Sentono che qualcuno vuol loro far fare cose che, se non percepite come qualificanti, di valore e creative, in realtà hanno solo il colore dei soldi o della busta marrone o bianca in cui è contenuta la busta paga del mese.
Per carità, meglio la busta paga, mi direte, che la busta senza paga, o con qualche altra notifica da parte di Equitalia, ad esempio.
Giustissimo. Eppure…chi è che non vede, sente e coglie che la vita, in realtà, sia fatta per qualcos’altro?

Non la sto buttando sullo spirituale o sul religioso, non c’entra niente. Ancora meno sto raccontando la balla che senza soldi si viva meglio o che non ci sia bisogno di soldi, anche molti, per vivere. Niente di tutto questo.
Anzi, al contrario, sto parlando della carne viva della realtà, della materia di cui siamo fatti, delle aspirazioni originarie e del bisogno impellente, il “desiderio ardente”, come lo definisce Napoleon Hill, di gettarsi nella mischia per lasciare un sigillo, un’impronta di sé nella storia, nella vita nostra e degli altri. Ecco, siamo fatti per questa autotrascendenza, che sembra difficile da capire, invece è quasi banale. Un esempio chiarirà di cosa stia parlando.

Tutti siamo stati bambini e tutti abbiamo anche “fatto” i bambini, ossia abbiamo formulato una domanda, che manda ai matti un bel po’ di adulti: perché?

Ora, se leggiamo la domanda come il semplice impulso dei bambini di conoscere le cose, il mondo circostante, la realtà che li circonda, rischiamo di cadere in ciò che, nell’oscuro gergo filosofico, si chiama “truismo”, in altre e più semplici parole: una cosa evidente e chiara di per sé. Quindi, irrilevante e non significativa.
Ma questo è falso: questo atteggiamento del bambino non è né chiaro, né autoevidente di per sé. E’ semplice, immediato, spontaneo, ma non parla di per sé, se non sai leggerne le chiavi interne.
E, a leggere il messaggio, c’è da tirar fuori oro puro. Perché quel bambino siamo noi e sempre saremo così.

Cosa fa, infatti, quel bambino? Partendo dal desiderio interiore di conoscere, si auto-trascende e va fuori di sé, incontra la realtà. Domandare “perché?” equivale ad uscire fuori dalla scontatezza e dal livello di “conferma del pregiudizio”. Si tratta di un processo della mente che costruisce le basi sociali e rappresentative dei rapporti e delle relazioni fra le persone.
Funziona così: io vedo quello che vedo e non lo giudico fino in fondo, per giudicare intendendo non il giudizio morale, ma la valutazione intellettuale della realtà, giudizio logico. No, non voglio sapere niente di più della realtà che vedo fuori di me, né voglio coglierne la natura interna, per afferrare possibilità che ora mi sfuggono (atteggiamento generativo: la possibilità), ma vado piatto sulle prime evidenze, sulla base di quello che mi dicono gli altri o non mi dicono gli altri. Sto dentro lo schema pre-giudicante: “Babbo, mamma, perché gli uomini si ammazzano per i soldi?”. “Non sono cose che puoi capire ancora…”. Perché “non puoi”? Perché – scusate il gioco di parole – quel “perché” fa essere il bambino ciò che realmente è e ciò che anche loro sono, un essere proiettato all’esterno a partire dal suo io, dall’interno, e questo rompe gli schemi e i protocolli comunicativi soprattutto di chi il percorso di autotrascendersi non l’ha compiuto fino in fondo. E ce ne sono parecchi che non l’hanno veramente mai compiuto fino in fondo, spesso per non dover affrontare un’esperienza inevitabilmente intrecciata all’autotrascendenza: il rischio.

Ecco, dunque, cosa fa quel bambino che si domanda il “perché” delle cose. Fa la stessa cosa dell’inventore, dell’imprenditore creativo, di Steve Jobs, che infatti, in un video clamorosamente significativo, fa l’elogio del “fare le domande”: “Prendi il telefono, chiama qualcuno che può aiutarti, e fai domande…”

Il successo, come realizzazione dei propri bisogni e desideri e dunque autorealizzazione, consiste nell’autotrascendersi e quindi anche nel fare come il bambino, ma stavolta da adulto: domandare. Chiedersi la ragione delle cose, il perché.

Questo significa autotrascendersi. Anche in questo caso: troppo semplice, rischia di entrare nell’archivio delle ovvietà e, dunque, di essere eluso da molti.
Ma, se stiamo davanti a questa cosa, per il tempo che ci vuole per capire, perché, prendendo a prestito le parole di una bella canzone di Paolo Conte, “ci va il tempo che ci va”, allora qualcosa comincia a cambiare dentro di noi e, di conseguenza, anche nelle nostre azioni.

Porsi così di fronte al mondo significa emanare quella forza e quella certezza di sé interiori che influenzano il sistema in cui operiamo, senza bisogno di sofisticate tecniche di persuasione.

Questa realtà concreta, che assume una forma personale, concreta e originale, si chiama potere. Essa si lega al carisma e nessuno ce la può togliere, anzi cresce, di autotrascendenza in autotrascendenza, giorno dopo giorno. Basta partire.

“Qualunque cosa tu possa fare, qualunque sogno tu possa sognare, comincia. L’audacia reca in sé genialità, magia e forza. Comincia ora.” (Johann Wolfgang Goethe)

Non c’è, dunque, alcun bisogno di fare i soliti corsi sulla leadership e sulla motivazione per riappropriarsi di questo potere originario che, tra parentesi, è anche quello che, come spiega Steve Jobs e non solo lui, porta al vero successo. Basta ridare voce alle domande generative e potenzianti. Il potere è nelle domande che indicano una rotta conosciuta soltanto al “capitano della mia anima.” (William Ernest Henley)