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Sul Made in Italy: le mie prediche inutili

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Cos’è il Made in Italy? Sostanzialmente uno storytelling. E’ la nostra storia riprodotta in sedicesimo e venduta al mondo. Brutalmente detto, questo è.

Obiezione: ma quando la memoria è così fragile e l’autocoscienza storica ridotta ai minimi termini, che ne è del Made in Italy?

Domanda delle cento pistole, che io ripongo docilmente sul tavolo, alle volte dovesse saltare qualche grilletto, e ami accingo, invece, a rispondere generativamente alla seguente domanda: come ricreare memoria storica che sia anche business nazionale?

Andiamo a incominciare.

  1. La memoria storica non è come la moda e, si sa, “quando è moda, è moda”, come cantava Gaber. La memoria storica giace nel sommerso interiore e nell’inconscio collettivo e riesplode a seconda dell’urgenza di circostanze, situazioni, conflitti, pressioni e sollecitazioni. Esempi: la memoria della Repubblica romana riesplose nella Firenze medicea grazie anche al genio di Machiavelli, perché Firenze doveva affrontare il problema di una costituzione politica e di una difesa popolare, anche militare, del proprio territorio. Altro esempio, stavolta facciamolo controverso a spregio dei benpensanti religiosamente devoti all’ignoranza delle magistrali opere di Renzo De Felice: prendiamo il Fascismo. Quando è rinato il culto dell’impero e della Romanità? Quando Mussolini dovette fare il gigantesco e inedito storytelling dell’identità nazionale, avendo alle spalle il fallimento sostanziale della Grande Guerra, la crisi del sottoproletariato urbano e dei ceti non più produttivi delle periferie e un Risorgimento che era rimasto sui libri dei mentori intellettuali del tempo, ma ben poco radicato nel popolo, essendo stato di fatto un periodo dominato dalle élites e quindi costruito dall’alto, top/down, si direbbe oggi. Ecco, quindi, che il talento comunicativo di Mussolini si mosse per creare l’idea di una nuova Roma, continuità storico-mitografica dell’Italia fascista. Non mi interessa se la faccenda in sé piaccia o non piaccia, io valuto i fatti e questi sono i fatti. A chi voglia cavare qualche soddisfazione dal presente, c’è di che imparare in termini metodologici. La memoria storica scatta on demand, detto in soldoni.
  2. Se scatta on demand, come utilizzare una certa memoria storica per fare business e crescita territoriale? Domanda radicale e inevitabile.
  3. Risposta provvisoria, ma non eccessivamente ipotetica: occorre afferrare il nesso tra due realtà e categorie culturali: lo spazio d’esperienza e l’orizzonte di aspettativa. Il primo è legato all’esperienza dei singoli produttori e cittadini i quali si muovono, vivono e lavorano sul territorio, con le risorse immateriali – i significati – e materiali – gli sghèi – che hanno a disposizione. Il secondo è il confine mobile tra tutto questo, cioè la movida nello spazio di esperienza, e il prodotto finito, il valore aggiunto, il capitale e infine il ROI.
  4. Citando lo storico e teorico della storia Reinhart Koselleck, dal quale ho mutuato le due categorie: l’ “aspettativa non può comunque esistere senza l’esperienza” e “le aspettative che poggiano sull’esperienza non possono sorprendere quando si verificano. Può sorprendere solo ciò che non è atteso: in questo caso, ecco che abbiamo una nuova esperienza”. In breve, “è la tensione tra esperienza e aspettativa a produrre soluzioni nuove, in modi sempre diversi, e a generare così il tempo storico”. Tradotto nel lessico del mutamento che ci sta a cuore: è vera innovazione solo ciò che, nella tensione tra esperienza e aspettativa, produce il tempo storico, ossia la storia come presente.
  5. Quindi, e concludo: puntare sull’innovazione e battezzarla Made in Italy, senza cogliere che si dia innovazione reale se e solo se essa sia in grado di produrre tempo storico, equivale a candidarsi all’insuccesso, nella chiave che di solito trascuriamo, spesso anche nelle nostre vite personali: l’auto-sabotaggio.