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La pietra scartata, ovvero l’anello mancante

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“La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo.” (Salmo 118).

Le parole di Gesù sono fin troppo note: Vangelo di Matteo, 21:42.

La pietra scartata dai costruttori. Chi scarta la pietra sente di avere il potere per far ciò, per questo avoca a sé, con arroganza mascherata da oggettività, il titolo di “costruttore”. E decide. Dal suo punto di vista, de-cide, come del resto in ogni atto decisionale, ciò significa tagliare in due qualcosa, recidere il nodo gordiano, come anche il verbo tedesco Ent-scheiden e il derivato sostantivo, Ent-scheidung, richiamano. Il gesto del tagliare, spezzare in due, rispondere all’emergenza del dover dire sì o no.

Decidere è atto libero che rimanda alla responsabilità: scarto la pietra. E cosa faccio, dopo averla scartata?

La getto via. Perché non serve a quella costruzione, alla mia torre di Babele, al mio progetto, al mio disegno. Non serve, è inutile.

Lo schema decisionale è chiaro e fin troppo acclarato, come negarne la sapiente oggettività?

Eppure, proprio questo sapiente e antico modo di orientare il peso del lavoro, dicendo sì o no al materiale della costruzione, alla pietra, da tenere o scartare, è atto che rilancia una nuova generatività. Perché quel materiale scartato, quella pietra, diventa “testata d’angolo”. Rovesciamento assiale, così presente e luminoso nel Vangelo, a partire da Gesù, crocifisso e dunque scartato, infine salvatore. Per chi non crede, ma, conservando coscienza drammatica della vita, non cede all’inumano, il Nazareno è l’eroe del cuore libero che va fino in fondo, fino al sacrificio estremo e ignominioso della croce.

Cosa ci insegna e indica la pietra scartata?

  1. Esiste una logica che vince senza dominare, che resiste senza sacrificare ciò che è più sacro, e si chiama logica residuale. E’ come un fiume carsico che attraversa i flutti del presente e i terminali affannosi della crisi, per giungere, poi, infine, ad esclamare, come Marx, citando Shakespeare: “Ben scavato, vecchia talpa!”. Cos’è un residuo? La mia ossessione per l’etimo delle parole mi aiuta a non scantonare: l’origine è latina, da residuus, che viene dal verbo residere, rimanere, restare, composto della particella RE – addietro – e SIDERE, per SEDERE, posarsi, assidersi, secondo un’espressione più arcaica. Quindi, il residuo è ciò che RESTA, che permane, è come la SUB-STANTIA, ciò che SUB-STAT sotto la realtà, che sostiene la realtà, in assenza del quale non si dà più realtà. E’ quanto Gesù, con il salto logico del re-incorniciare, afferma: “La pietra scartata dai costruttori è diventata testata d’angolo“. La pietra, quella che non si vede neanche bene, ma che, stando nell’angolo, luogo strategicamente decisivo, risulta essenziale, fa la differenza, sposta gli equilibri e li certifica, con un assetto diverso e inattaccabile. E’ la beatitudine della pietra scartata dai costruttori: beati coloro che verranno scartati. La storia di molti grandi “falliti” racconta eloquentemente questo paradosso: ne ho già scritto, riflettendo sul potere del fallimento – http://www.360open.it/2016/01/22/il-potere-delnel-fallimento/ -, evidenziando come, in realtà, il cosiddetto “fallimento” altro non sia che un feedback, una risposta della realtà, un segnale o insieme di segnali provenienti dall’ambiente o dal sistema. Ascoltarli, potenzia l’ascoltatore e fa della pietra scartata il tassello originale e originario di un nuovo mondo. Quindi, residuo e residuale sono categorie ontologiche, ossia reperibili dalla natura delle cose, che aprono orizzonti nuovi, con linguaggi nuovi e prospettive davvero “altre”. il primo motore del pensare “altrimenti”. Applicai la categoria del “residuo”, a partire dalla fine del 2010, alla politica italiana, investendo la natura stessa della democrazia nel nostro Paese, domandando a me stesso e ai lettori del giornale per il quale collaboravo allora – Il Tempo di Roma – se ancora esistesse democrazia in Italia, perfino nel significato più “bobbiesco” e formale-procedurale del termine. Gli eventi si sono incaricati di dare una certa sostanza alla categoria di “residuo” applicato al tempo che ancora viviamo. Categoria feconda, questa, e interamente da scoprire nella sua generatività, capace perfino di superare, inverandola, la categoria di “crisi”, sovente declinata in termini eccessivamente statici, modello acqua stagnante destinata a imputridire. Il paradigma del “residuo”, il paradigma, in termini originari della “pietra scartata” è il mix, come in fisica, di statica e dinamica. Non solo funziona, ma ricalca l’assetto naturale e strutturale della natura, delle società e delle comunità umane.
  2.  Domanda secca: il territorio, concepito come assetto sintetico di statica e dinamica, è oggi il “residuo”, quel residuo che occorre per rendere la pietra scartata dai costruttori, una testata d’angolo? Lascio aperta la domanda, perché le mie risposte, che sono anche elaborate a certi livelli, non devono intervenire, è urgente un pensare-insieme, altro che brainstorming, ben altro e ben altrimenti esperito, forse quasi interamente da scoprire o riscoprire.
  3. Cosa c’entra la pietra scartata con l’azione della trasformazione generativa di un’idea – manteniamo sempre sullo sfondo, la startup, che, al di là dello specifico, è oggi il modo di concepire/trasformare la realtà del/nel mercato? -, fino al famoso livello delle “chiavi in mano”, prodotto finito? Tra parentesi, si fa per dire:è questo, infatti, l’unico modo perché una startup abbia successo. Le startup, infatti, falliscono, non per mancanza di soldi e finanziamenti, ma per mancanza di clienti. E i clienti di una startup sono i membri di un club creato sulla base dell’idea-forza che sposta il mercato. Tornando al punto di partenza: cosa c’entra la pietra scartata, dunque il residuo, con l’azione generativa sul mercato? C’entra, eccome, se c’entra. Perché i mercati sono giganteschi produttori di segnali deboli. Ecco l’errore epistemologico e culturale di fondo: la convinzione che i segnali sul mercato segnalino, nel qui e ora, la possibilità del successo. Sbagliato: sono i segnali deboli a creare le condizioni e a fornire il carburante della generatività, anche economico-finanziaria. Si investe su ciò che è remotamente residuale, non sulla “massa critica”, perché, se è massa, è già il passato. Allora, in questa cornice, la pietra scartata è l’ambiente naturale del management, di un nuovo paradigma di management. Il management non è una disciplina ad hoc, un settore del sapere studiato nelle business school, ma è quel modo di manu-gerere, portare con la mano, usando la concretezza del tocco e del contatto con i segnali deboli, per portare acqua fresca alla sorgente, per pulire le acque e creare canali di scorrimento nuovi. E’ un’arte vitale e umana che richiede il genio del dettaglio, dunque il focus sulla pietra scartata, che diviene, allora, testata d’angolo. Per chi voglia approfondire la cornice e lo sviluppo di questa macro-area, diversamente concepita, mi permetto di rimandare al mio ebook, da poco ripubblicato, Gesù Manager. Per un nuovo paradigma di management. In questo testo, frutto di cinque anni di studi e applicazioni interdisciplinari, sviluppo per intero – ma molto lavoro c’è ancora da fare – la selva delle somiglianze e dissonanze in materia di “management” o cosiddetto tale. La pietra scartata è, in realtà, l’anello mancante della catena evolutiva del management.

Da quella decisione del costruttore, scartare la pietra, deriva, dunque, la beatitudine inedita della startup: la testata d’angolo.