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La mente è il territorio: prediche inutili, secondo volume

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Quando una parola diventa un mantra, dovrebbe scattare l’allarme rosso.

Il rischio mantra è sotto gli occhi di molti, se non di tutti: trattasi del termine-concetto “territorio”.

A furia di rovesciarlo su tutte le pietanze, come il peperoncino per dare sapore a cibi di per sé nient’affatto sàpidi o come lo zucchero nelle torte, così son più dolci e chi dice no al dolce?, rischiamo di produrre un’ulteriore  stratificazione di equivoci su una chance reale.

Vengo al punto. Il capitalismo è come l’essere secondo Aristotele, primo libro della Metafisica, ovvero si dice in molti modi. In realtà, non si dovrebbe neanche chiamare così, ma visto che ha vinto l’ismo anglosassone, anche qui si è buttato via il bambino con l’acqua sporca. Non c’è un “ismo” in ballo, ma un “modo di produzione”, appunto determinatosi, attraverso una storia fatta di cambiamenti strutturali, “capitalistico”. La finanza, tra parentesi, non fuoriesce da questa griglia. Ma questo è un discorso che ci porterebbe lontano.

Per ora interessa soprattutto porre l’accento su un punto: quando noi parliamo di “capitalismo” e poi magari ci aggiungiamo “globalizzazione”, tanto per stare al passo con i tempi (già superati, tra l’altro9, trascuriamo un piccolo dettaglio: il “modo di produzione”. Sta qui l’essenza della questione.

Non esiste “il” capitalismo, come parimenti non esiste “la” finanza. Perché, essendo entrambi “modi” per realizzare trasformazioni strutturali relative a contesti e spazi – il mercato, l’investimento come pratica diffusa, il leverage, etc. -, nonché a obiettivi umani, non può stare dentro una generalizzazione così astratta e quindi ideologica, in ultima analisi.

Quel che c’è da osservare sempre, di volta in volta, è la singola trasformazione dei processi, cioè del “modo” di produrre ricchezza, profitto e perfino di tracciare i capitali oggi, questione tutt’altro che pacifica.

Se quanto scritto ha un senso ed è documentabile – e lo è -, allora è chiaro che pensare di afferrare il “territorio2 e inscriverlo, sic et simpliciter, in un processo macrostrutturale come questo è nella migliore delle ipotesi un’operazione ingegneristica, nella peggiore, ideologica, comunque un fallimentare modo di pensare la realtà.

Il modo di produzione capitalistico contemporaneo ha mille facce e inscrive il territorio battezzandolo, per così dire, a seconda dell’uso che esso deve avere in un determinato spazio economico.

A monte, a sussumere il tutto, c’è la sussunzione reale, ossia concreta, specifica, determinata del modo di produzione e, in ogni sua variante, esso ha a monte un fondamento: il “general intellect”, secondo la dizione di Marx.

Il cosiddetto “capitalismo” è in sostanza, proprio in quanto modo di produzione specifico, sussumibile, ossia pensabile e realizzabile, solo attraverso operazioni mentali di ristrutturazione dello stesso modo di produzione. Operazioni che vengono implementate e quindi testate sul mercato.

Ecco, allora, che per definire e dare un nome alle cose, se vogliamo ancora di parlare di territorio, dobbiamo ricondurre il tutto a un concetto-chiave: le mente è il territorio. E’ questo il metaprogramma e il metalinguaggio.

Se pensiamo di lavorare sul territorio senza tenere presente che c’è più territorio contiguo sulla base delle commesse e dei bisogni di un certo mercato, piuttosto che sulla base appunto ingegneristica del singolo produttore, il quale, invece, di contro, ha davanti a sè praterie sterminate di territorio, proprio fuori dal perimetro territoriale, stiamo non solo pensando male, ma realizzando una profezia che si autoavvera e, infine, chiama soltanto un autosabotaggio. Magari raffinato e pieno di buone intenzioni, di cui però, com’è noto, è lastricata la via dell’inferno.