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Cambiare…? Scusate, volevo dire: crescere

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Cambiare, cambiare, cambiare…Il nostro tempo sembra bombardato, oltre che da bombe vere, che aggrediscono i gangli fondamentali del nostro vivere e convivere, anche da altri ordigni semantici. I verbi sono sempre efficaci, spaccano di più: Yes, I can! E chi non si eccita almeno un pò per questo imperativo carico di autoefficacia?

Ma…c’è un ma, come sovente accade quando ragioni fuori dalle scatole cinesi della neolingua. Il cambiamento, il cambiare non è solo un atto della volontà o il risultato di un piano strategico che dovrebbe, sulla carta, produrre certi effetti. Se così fosse, il 100% delle nostre buone intenzioni produrrebbero cambiamenti. L’esperienza dice che non c’è trippa per gatti: non gliela famo, come si dice a Roma. Qui, yes, I can, a forza di muscoli della volontà e del parossismo progettual-strategico, proprio non funziona. Non portiamo a casa il risultato.

Non sto facendo l’elogio dello spontaneismo, vade retro Satana!, né del lasciar-andare come mezzo più efficace del mazzo quotidiano, della “tigna” sulle cose e sui progetti. Per temperamento e formazione, sono un sistematico e un tignoso di robusto spessore. Non di ciò si tratta. C’è altro, qualcosa di ben più generativo, da scandagliare.

  1. Cambiare è azione con piena cittadinanza anche nella finanza e nella regolazione delle transazioni quotidiane: cambiare la valuta, cambiare i soldi, il cambio. Risaliamo alle origini del nostro magnifico e ancora semisconosciuto capitalismo civile italiano, letteralmente inventato fra monasteri, frati, monaci, predicatori (c’entra perfino Bernardino da Siena,a che poi dicono “da Siena”, anche se era mio conterraneo, nato a Massa Marittima), notabili e intellettuali di rango, pieni di debiti e interessi, tutto un mondo straordinario, un gran mondo. Ma tant’è, basti per ora richiamare che questo verbo, questa azione che definisce e struttura la semantica indicata dal verbo è di robusta fattura e non si addice solo al mondo personale o ai processi storici. Quindi, c’è il primo indizio da rilevare: allarghiamo la semantica storica  – -admin/www.360open.it/wppost.php?post=5782&action=edit – per creare presupposti per l’azione più larghi ed efficaci.
  2. Il cambiamento è segnato da ciò che una cantante di talento come Fiorella Mannoia ha espresso candidamente: “Come si cambia, per non morire”. O cambiare o morire. Ma questo assetto di guerra, per così dire, non è inscritto come specifico DNA di questo tempo, appartiene all’evoluzione dell’uomo, anche senza richiamare il solito Darwin. Tutto ciò che esiste oggi in natura e nella storia, ieri era diverso e sempre è mutato a causa di fattori, analoghi, simili o diversi, non importa, che hanno caratterizzato nuovi spostamenti assiali del mondo umano inteso nel senso più esteso del termine, dalla storia alla natura.
  3. Il cambiamento dunque è la stabile instabilità, come dire, “l’insocievole socievolezza” di cui ragionava Kant a proposito proprio dei grandi processi storici e strutturali post-rivoluzionari: un ossimoro, che ha del paradossale, un bernoccolo logico da portare sulla nostra testa, costantemente. Oggi io sono diverso da ieri e domani sarò diverso da oggi. Milioni di cellule si muovono in ogni nanosecondo e io cambio, muoio e rinasco, esco e rientro dai miei stessi paradigmi.
  4. Eppure…come annota il Prof. Giorgio Nardone – https://www.youtube.com/watch?v=bhgG_WhBZ1c – il cambiamento non è il primo moto umano, perché richiede coraggio, e non è il coraggio a prevalere in prima battuta nell’uomo, ma la paura. Dunque, anche la paura di cambiare. I vasti processi interiori di conservatorismo, non sottoponibili a voto o a referendum, né consultivo, né propositivo, la dicono lunga in merito. Cambiare è dunque in sé un vasto paradosso: da un lato, non c’è niente di più naturale e dettato dalla storia e dalla natura, dall’altro, non è affatto scontato. Perché richiede coraggio, è questo il bias, come si dice in epistemologia, la propensione, la conformazione del processo. Per noi bipedi implumi, invece, il coraggio richiede…coraggio. Chi dice: io ho sempre coraggio, mente sapendo di mentire. Lo perdoniamo perché può servire a stimolare l’autoefficacia dell’azione, ma non esiste azione efficace che non sia anche imbevuta di consapevolezza. Dunque: si ha coraggio non solo nonostante la paura, ma attraverso/attraversando la paura.
  5. Sapere quando dire stop e quando avanzare richiede coraggio e tanta cura di sé (termine assai più profondo e umano di autostima, che prendo in prestito dal filosofo francese Michel Foucault: http://www.amazon.it/Storia-della-sessualit%C3%A0-Michel-Foucault/dp/8807885336).
  6. Su ciò rimando a un aureo libretto di Seth Godin – http://www.amazon.it/basta-seth-godin-Libri/ ie=UTF8&page=1&rh=n%3A411663031%2Ck%3ABasta!%20Seth%20Godin -; talvolta mollare presto quando si vede che non c’è autentica strada da fare è sintomo di genio e insieme coraggio, disbosca la selva delle inquietudini e riapre la pista della vita e della generatività.
  7. Che fare, allora? Sempre la domanda di Lenin in pista, non c’è niente da fare. Perché è la domanda dell’uomo, dai rivoluzionari di professione agli startupper consolidati o in prima avventurosa movida. Dopo aver fatto il giusto debunking – http://www.garzantilinguistica.it/ricerca/?q=debunking – del verbo “cambiare”, della sua sostantivazione, declinazione e corruzione, peschiamo ora un filo rosso del teatro del cambiare: si chiama “crescere”.
  8. Crescere è un gran verbo, il più bello, analogo a fiorire, dice molto della vita e di chi la vita cerca di rigenerarla, là dove deve essere e dove viene magari, di contro, asfaltata – http://etimo.it/?term=crescere&find=Cerca -: l’etimologia, ancora una volta, ci soccorre, contro le principali tendenze usuranti dell’essenza dei significati, cioè del vivere reale. “Crescere” è un verbo incoativo, ossia è un dinamismo generativo, produce e si produce come movimento, asseconda e sviluppa insieme tutti i fattori dell’umano, è ciò che chiamo la quintessenza dell’antropodinamica, che cerco di sviluppare nei miei contributi, in funzione “startuppistica”. Non c’è mutamento senza la sostanza vitale della crescita, del crescere come dinamismo. Un “cambiamento” o ciò che viene pomposamente definito “il” cambiamento, potrebbe addirittura realizzare la peggiore stasi della realtà, vedi il motto contenuto ne Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa: “Deve cambiare tutto per non cambiare niente”. Noi mediterranei siamo tanto scettici e disincantati quanto romantici e geniali, quindi dobbiamo trovare il nostro vocabolario per battezzare la nuova realtà che intendiamo creare. Iniziamo dalla vita, dunque: crescere, sì, crescere.