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Apologia dei liberi produttori

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L’ aveva già almeno parzialmente capito Bruno Rizzi, il feroce critico del collettivismo burocratico: senza mercato non c’è libertà. Mercato-libertà-democrazia sono una famiglia ideale e storica molto unita. Perfino in Cina, dispoticamente comunista per molti tratti, la concorrenza mondiale e quindi lo sviluppo del mercato sta favorendo una certa graduale crescita della libertà. L’ipocrisia neomaoista, che gonfia il cuore ed il petto degli oligarchi del Partito, in sostanza, deve fare i conti con tutto il benessere che la catallassi riesce a produrre, e, si sa, con le tasche meno vuote si ragiona meglio. Nessuna illusione, stiamo solo parlando dei fattori ineluttabili, grazie al cielo, della globalizzazione.

Se vuoi competere, devi essere più presentabile, se no, alla fine, non ti rimane niente da mettere sul piatto. Tanto per dire che, piaccia o non piaccia, il Global è cosa buona e giusta, mentre il Leviatano rosso produce sfasci e gulag. Il mondo che compete non vuole vedere troppo sangue innocente, allora è meglio allinearsi ad una condotta politica più decente. Chi recita la parte di anima bella con in mano il libretto del politicamente corretto storcerà anche la bocca, ma nella storia umana nessun governo dispotico è cambiato motu proprio. Una parentesi, questa, per chiosare più vigorosamente la questione del post-’89. E perché?

Perché oggi vediamo spuntare le teste dei “giovani-vecchi” capitalisti, con in mano, non dico il Libretto Rosso di Mao, ma certamente le opere di Bernstein ed i “Grundrisse” di Marx. Quando la storia si ripete, la tragedia diventa farsa. Vediamo un po’ le questioni essenziali. E’ caduto tutto l’armamentario marxista e paramarxista-socialdemocratico-welfarista. Punto e a capo. E si tratta di una caduta provvidenziale, che apre piste del tutto nuove di pensiero e di sano “reggimento” politico.

Il punto è chiaro e netto: il socialismo non esiste più come paradigma ideologico unitario capace di orientare l’ edificazione di una “società socialista”. Il Welfare non esiste più nei tratti keynesiani e socialdemocratici. La cosiddetta “terza via” di Anthony Giddens, che Blair si è ben guardato dal seguire, è un impasto fumoso ed incolore di retorica statalista e neoburocratica, con qualche ammiccamento al mercato, ma che si concepisce sempre come “vincolato”.

L’ha detto perfino un coltissimo e vivace veterosocialista come Napoleone Colajanni, nel suo ultimo libro-intervista Riformisti senza riforme. Tutto questo mondo è irreversibilmente finito. E’ consegnato alla storia, frutto di un processo di condensazione storico-culturale tipicamente novecentesco, in cui il problema socioeconomico ed ideologico consisteva nel produrre in vista della redistribuzione, anche a costo di “lavorare meno, lavorare tutti” (Keynes).

Oggi dire Global in senso compiuto equivale a dire Glocal, cioè Global + Local. La globalizzazione economica infatti ha forti ricadute sulle comunità locali ed il nuovo terreno della politica internazionale è proprio il locale che guarda specificamente e “glocalmente” al mondo. Lottieri ha ragionato in modo teoricamente impeccabile sulle “virtù locali” del libertarismo, stavolta da condividere, in quanto sostenitore di un legame tra le responsabilità individuali e le comunità.

Cos’altro aggiungere? Intanto, latita il pensiero sodo e duro, capace di stare all’altezza dei tempi. Bisogna dare al capitalismo un modello politico e culturale che ne sia propulsione continua e non limite. Il capitalismo non è un’ideologia, ma è un movimento di “distruzione-che-crea”, nel cui vortice albergano i diritti individuali. L’homo faber è il Creativo per eccellenza ed è con la produzione di riserva mentale e culturale che nasce e cresce il mercato. Detto in termini stringati e grintosi:  sto parlando del free-market, il libero mercato. Preciso: non del modello astratto di “Mercato”. Ma della realtà concreta, specifica della catallassi e della vita vissuta, degli scambi, non solo economici, ma anche culturali, affettivi, del dominio dei bisogni e della Vita sulla Morte e sullo Stato (quasi sempre necrofilo e necroforo).

Naturalmente, io dico così, ben sapendo che un mercato, se non è libero, non può neppure legittimamente e logicamente dirsi un vero mercato.

Questo è il tempo della “distruzione” ha detto con forza e spirito di provocazione un filosofo americano del marketing, Tom Peters, il tempo di mettersi in gioco e in tempi record, sapendo che le iniziative possono fallire in tre anni e che rifare cose nuove offrirà margini di sviluppo e competitività inediti e maggiori.

Oggi occorre, dunque, dire: produzione e creatività. Che è cosa specifica e nient’affatto filosofica.

Così viene fuori spontaneamente, senza piani dirigistici di marca totalitaria, la società dei liberi produttori. La libertà individuale è sempre accompagnata dalla spontaneità dei processi di condensazione storica e culturale. La società civile cresce da sé, non ha bisogno della protezione dello Stato, né di altre forze corporative mascherate da apparati statuali (vedi i sindacati).

Il capitalismo non è solamente un sistema di libertà economica ed ancor meno un sistema economico che favorisce il “big business”. Nella sua forma più pura ed interessante, il capitalismo è un sistema sociale caratterizzato dalla libertà individuale,  dalle differenze culturali e dal dinamismo. E’ il sistema in cui ciascuno fa le sue scelte e si assume la sua responsabilità per la sua vita e per la sua condizione umana.

In questo contesto di libertà e sviluppo, le comunità crescono, concretamente, e così si dimostra che, più vero e sano capitalismo creativo c’è, e più l’aspetto comunitario della vita diventa cospicuo ed affascinante. La prima proprietà “capitalistica”, infatti, è la proprietà delle proprie risorse individuali; io sono in primo luogo proprietario perché posseggo le mie capacità, i miei talenti e le mie risorse di intelligenza, moralità, creatività. Tutto, il materiale e l’immateriale, è carburante della crescita e dello sviluppo della futura società dei liberi produttori.

Volete oggi vedere un po’ di libertà, non declamata retoricamente, ma presente? Ebbene, eccola qui davanti a voi: con il free-market e la creatività personale, si fa la società dei liberi produttori. Pura sovranità individuale. Non è che l’inizio, ma chi ben comincia è a metà dell’opera.

 

 

P.S.: appunti del 2004…(a futura memoria, se la memoria ha un futuro: Leonardo Sciascia)