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E liberaci dal talento, presto, se possibile

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Una vecchia e leggendaria canzone di Dalla, “Caruso”, ha un ritornello incandescente da richiamare:

“Te voglio bene assaie
ma tanto, tanto bene sai
è una catena ormai
che scioglie il sangue dint’e vene sai”.

 

La “catena” è la passione amorosa, in questo caso. La passione per una donna. Grande carburante dell’anima.

Ma si evince anche che la passione, come tale, può diventare appunto una “catena”. Ossia qualcosa che ti trattiene dal percorrere la strada che potresti e dovresti percorrere. Un laccio e forse una palla al piede.

Alla passione e al suo mito occorre poi agganciare l’altro mito, indistruttibile, di origine romantica: il mito del talento.

Il mito del talento. Il mito della passione. L’algoritmo postmoderno è fatto: la nuova ideologia del vivere della propria “passione”. E’ quasi una teologia senza Dio, perché il dio ce lo costruiamo a nostra immagine e somiglianza.

Somiglia più alla vittoria dell’ego sulla realtà: di passione non si può fare a meno. Ma senza governo delle passioni, di qualunque natura, si muore. E’ solo questione di tempo.

Perfino le grandi parole possono costruire torri di Babele. Schemi piccoli e incapaci, nel senso letterale

– non capaci fisicamente e volumetricamente – di contenere la grandezza del cuore dell’uomo e il suo genio unico.

Proprio perché l’uomo è più grande della sua passione e proprio perché egli è consapevole che quest’ultima possa trasformarsi nella sua più rognosa catena, è necessario ricomprendere interamente l’arco semantico e di conseguenza perfomativo della passione.

Altrimenti rischiamo di rimanere in balia di schemi ristretti, che in realtà chiudono la mente, anziché aprirla.

Noi siamo molto di più della nostra “passione”, anche perché scambiare la “passione” per ciò che amiamo o ameremmo fare – scrivere, dipingere, fotografare, etc. – è a dir poco riduttivo.

Del resto, per avere successo – e successo=qualcosa nato per durare: http://www.360open.it/2016/05/01/destinato-a-durare-lo-chiamano-successo/ -, devi sudare e lavorare non sodo e basta, ma più sodo di tutti gli altri. Alla fine, l’unico vantaggio competitivo che avrai è il famoso miglio in più fatto con chi te lo chiede (o magari non lo fa, è lo stesso), di cui parla Gesù nel Vangelo. Tra parentesi: “c’è più gioia nel dare che nel ricevere”, come prima mossa della strategia di una vera presenza online, è il credo di tutti i creatori di grandi contenuti circolanti in Rete.

Sono proprio questi ultimi, tra l’altro a ricordare una grande verità: il talento da solo non basta e, anzi, spesso può perfino condurre fuori strada.

Quanti calciatori di talento abbiamo visto passare nel nostro campionato? E quanti di questi hanno lasciato il segno? Un dieci per cento, se siamo generosi nelle statistiche. E vale per tutti gli altri ambiti della vita.

“E’ intelligente, intuitivo, geniale, ma non si applica”, sembrava per molti l’effigie del tipo “fico” a cui basta poco per sopravvivere a scuola e il resto tutta vita: grave errore.

Puoi magari anche non studiare, ma da qualche parte devi cominciare a dare il meglio di te stesso, cioè devi cominciare a lavorare sodo per poi dare al mondo ciò che hai appreso e vissuto. E’ una legge universale, niente scorciatoie.

Le ricerche di psicologia sociale documentano che, per diventare esperti in un settore, occorrano almeno diecimila ore di pratica deliberata, ossia di focus sull’oggetto e apprendimento costante. L’eccellenza di ieri è superata da quella di domani. E così ogni giorno.

L’atleta che non getta il sangue negli allenamenti non andrà mai da nessuna parte. Se ha talento sul serio è doppiamente responsabile del suo fallimento. Ancora una volta, vale per ogni ambito della vita.

L’unica legge personalistica, che apre al mondo e alla vera creazione è la seguente: sono io e soltanto io il responsabile della mie azioni, del mio lavoro, della scelta di impegnarmi, qui e ora, a dare il massimo, sacrificando la gratificazione immediata per un successo duraturo, che verrà più tardi.

Accostare, sic et simpliciter, il talento alla realizzazione personale e imprenditoriale equivale, per analogia, a considerare la vita come un passaggio temporale in fondo facile e a misura di “passione”, nel senso di ciò che mi corrisponde di più, e non, invece, come realmente è, l’occasione per creare qualcosa di epico e leggendario attraverso il significativo lasciare se stessi per attraversare campi e momenti che ostacolano, urgono, premono e costringono.

Costringono ad andare oltre se stessi e oltre l’autopercezione, spesso compiaciuta, del proprio “talento” (vedi il video di James Arthur Ray qui sotto).

Chi non fa questo, è come “un bronzo che risuona” e “un cembalo che tintinna”, copyright di San Paolo, Lettera ai Romani, il famoso cap. 13, uno che di “mazzo” se ne intendeva parecchio.