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Coaching & Mentoring

 

Il manifesto del Coach

Antropodinamica

“L’unico vero viaggio verso la scoperta non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ma nell’avere nuovi occhi.” – Marcel Proust

“La visione d’insieme non dimora nelle singole camere, ma nella compagine del mondo. Le corrisponde un pensiero che non procede mediante verità isolate,a ma si sviluppa in significative connessioni; la forza ordinatrice di questo pensiero si fonda sulla facoltà combinatoria.” – Ernst Jünger

Risposte non convenzionali a domande originarie

La crisi ha rispettato il suo programma: dividere l’uomo. “Crisi” significa proprio “scissione”. Oggi il vero nucleo della crisi non sta nella crisi stessa, ma nella risposta ad essa.

Perché la risposta o certe risposte, almeno, sono parte del problema. Mentre, invece, nel problema-crisi c’è già la sua risposta.

Le risposte prestabilite sono andate in frantumi e rimangono solo in piedi le domande originarie dell’uomo. Da queste, in positivo, dobbiamo ripartire.

La cosiddetta “formazione” non aveva bisogno fino a ieri di porsi interrogativi fondamentali, perché tutto sembrava convalidare il suo schema tecnico e tecnicistico: imparare tecniche e motivare-motivarsi sembravano la panacea di ogni male. In realtà, le risposte false non reggono all’urto della realtà e oggi ci ritroviamo a non sapere più cosa fare perché non abbiamo più chiaro, da un lato, che le crisi sono provocazioni alla nostra intelligenza e ai nostri significati fondamentali, e dall’altro che tutto ciò che abbiamo creati fino ad oggi e che riteniamo troppo scontatamente finito o in via di esaurimento non era fondato sui mezzi tecnici o sugli strumenti finanziari. Questi ultimi sono mezzi, ma l’uomo crea, produce e si realizza inverando, cioè rendendo veri, facendo veri, attraverso mezzi concreti, tecniche e competenze, i significati vitali che lo definiscono e lo rendono davvero umano e creativo.

La ricchezza stessa è la risposta, la conseguenza di questa attitudine fondamentale dell’uomo, che si riscopre non riflettendo su se stessi, astrattamente, ma in azione, cioè facendo tutto ciò che è necessario e bello fare, per realizzare qualcosa di più grande, per noi e per il mondo intero.

La visione è proprio questo: “E’ certo del tutto esatto, e confermato da ogni esperienza storica, che non si realizzerebbe ciò che è possibile, se nel mondo non si aspirasse sempre all’impossibile”, parola di Max Weber.

Ma, se domandate a qualunque imprenditore degno di questo nome, anche a quelli che oggi si trovano in difficoltà finanziarie e con minore liquidità, che faticano a tenere in piedi l’azienda, senza licenziare gli operai, considerandosi tutti una grande famiglia – un caso italiano esemplare -, egli vi risponderà, con parole diverse, ma comunicando la stessa cosa: il totale è più della somma dei fattori in gioco. Ciò che si realizza è sempre la visione, che diventa idea-forza, si traduce in processi e innerva un sistema che produce segnali, ora positivi, ora negativi, rispetto al suo funzionamento e andamento. Ma il punto principale è che la cosa migliore, come spiegava Gregory Bateson, è sempre avere una “buona teoria”. La “pratica” sradicata dai significati vitali, dalla forza delle idee e dal surplus che è dato dal genio individuale e dalla persistenza nell’intraprendere e realizzare lo scopo, è l’illusione dei nichilisti, cioè di coloro che, già ieri, immaginavano che il sistema finanziario sarebbe crollato, ma che, sganciati dalla visione e dalla concreta realtà, hanno prima rimosso e poi giustificato.

Oggi si riparte, dunque. Ma da dove e da cosa?

Si riparte da un luogo concreto: l’io, la persona e dalla sua azione orientata dai significati vitali e dal suo “pacchetto” originario di intelligenza, saperi, competenze e saggezza. Perché il mercato, il capitalismo, il successo, la crescita, che può essere solo personale e integrale, altrimenti si chiama “sviluppo” e riguarda solo i numeri che le istituzioni internazionali vogliono farti vedere, ma non la creazione e la dinamica generativa della vita e del mercato. Anche qui abbiamo operato come i peggiori nemici di noi stessi, autosabotandoci, da decenni a questa parte: ha vinto lo “scissionismo”. In pratica: da una parte la vita, con i suoi crucci e problemi di base, dall’altra, il lavoro, la produzione, il mercato, lo stipendio, il profitto. A questo punto, crollato il secondo, la prima non ce l’ha fatta a sostenere l’urto del tracollo e spesso si è persa per sentieri non positivi.

Ma se guardiamo a coloro che, nella storia, hanno creato grandi cose, aziende ma non solo, a tutti quelli che, banalmente parlando, hanno avuto “successo”, possiamo riconoscere alcuni tratti elementari di fondo e tra questi quella vitalità umana e creativa che li ha spinti a costruire qualcosa di grande, con una grande visione, a costo di enormi sforzi e sacrifici, semplicemente per affermare quanto di più caro avevano nel cuore e nella vita. Tutto qua. E’ così semplice, forse troppo semplice, che viene eluso.

E’ addirittura qualcosa di ovvio. E l’ovvio è elusivo, si nasconde nelle pieghe del quotidiano, nei dettagli, e non ci facciamo caso. Riportarlo alla luce è il primo passo di ciò che possiamo definire – o ri-definire – come “coaching”, che trova infine naturale sviluppo nel “mentoring”. Perché, mentre il coaching si occupa della persona nelle sue domande, nei suoi bisogni e nella sua determinazione a crescere in termini di risultati concreti, il mentoring, inscrive questo lavoro in un quadro più ampio e lo rende linguaggio più universalmente comprensibile. Il mentoring costruisce strumenti per agire insieme, collaborare, crescere insieme, trascendendo spesso i limiti personali, ritrovando, nell’insieme di un gruppo o una comunità creativa al lavoro, quei significati vitali e quelle dinamiche che, da sempre, sono presenti nella persona.

Coaching e mentoring sono due facce della stessa medaglia e ciò proprio nella cornice che abbiamo sopra sommariamente descritto.

Quindi, il “da dove” si riparte è chiaro: l’io, la persona. Il “da cosa” sono il coaching e il mentoring disegnati secondo il profilo descritto.

A questo punto, rimane un passaggio da sviluppare, e non è il più banale, ma costituisce l’implementazione di tutto questo.

Agganciamo il punto in questione a un motto: “Pongo domande a risposte prestabilite”.

In sostanza, è sempre necessario mettere in discussione quei princìpi ritenuti intoccabili, quelle convinzioni granitiche spesso in sfacelo di fronte all’urto della realtà, quelle false verità costruite in laboratorio, ma che non hanno niente a che fare con la struttura originaria ed elementare della persona, dell’io che si mette all’opera per costruire insieme agli altri.

Aver accettato convinzioni limitanti di questa natura ha fatto, tra l’altro, disperdere molta ricchezza sui territori e fatto perdere la strada: la ricchezza si declina sempre al plurale. E’ un “noi”, anche se mette in gioco l’io; ma ricade a cascata, come effetto domino, su tutto il sistema: elementare, Watson!, come diceva Sherlock Holmes al suo leggendario collaboratore, ma ormai lo sappiamo: l’ovvio è elusivo. Quando sentiamo dire a qualcuno: “Ma è ovvio!”, è bene replicare con una domanda: “E cioè?”. Dallo smarrimento che certamente incroceremo sullo sguardo del nostro interlocutore può ripartire un diverso e più generativo percorso.

Per mettere in discussione tutte queste convinzioni limitanti che, con parole più vecchie ma non deboli, potremmo anche definire ideologie e, come tali, sempre pre-supposte e mai dimostrate da nessuno, occorre diventare eretici, sparigliare le carte, uscire mentalmente dal sistema.

Se ci stai dentro, crogiolandoti con i suoi schemi, continui a fare corsi di formazione con chi ti racconta che devi solo imparare nuove tecniche, automotivarti, trovare strade per arricchirti, tutti vicoli ciechi che, apparendo perfino intriganti, hanno lo stesso effetto che descriveva Pascal: “Troppa luce acceca”.

La strada è quella antica e sempre nuova del ripartire dalla pazienza del maturare e del crescere insieme, che è poi un tratto più dell’educazione umana seriamente intesa che della non meglio definita, spesso, “formazione”. Forse un primo passo, davvero eretico e scandaloso, sarebbe quello di rimettere in gioco la parola grandiosa di cui sopra: “educazione”. Magnifica, alta, carica di visione e profezia positiva per l’uomo, perché nasce per rispettarne la libertà; “educazione” viene infatti dal verbo latino e-ducere, e-duco significa “cavo”, tiro fuori, letteralmente, dall’altro, senza pressione o manipolazione di alcun genere, ciò che egli ha già dentro, perché non invento nulla, lo trovo, lo scopro, lo ri-scopro, ed è il caso del nostro presente.

Chiusa la parentesi e indicata la prima eresia scandalosa, passiamo alla fase di definizione del modello di educazione-formazione integrale della persona, che fa capo ad un modo di concepire l’uomo che battezziamo come “antropodinamica”.

L’antropodinamica rispetta e si fonda su quattro pilastri:
– Sensi
– Azione
– Processi
– Esperienza
Dall’ultimo pilastro, l’Esperienza, si ritorna al punto di partenza, i Sensi, cioè alla vita concreta, vivendo appunto nel contesto di una variabile che definisce l’umanità come tale: la variabile-T, il Tempo.
Premessa: per ogni singolo momento, passaggio o pilastro, che dir si voglia, sono previsti aggiustamenti metodologici, cioè non esiste “il” Metodo assoluto che procura risultati assoluti, al di là di ogni contesto, condizione e situazione. Si parte da un “pattern”, cioè da uno schema di base, da una struttura, ma ogni struttura solida si propone flessibilmente, e proprio questa flessibilità fornisce la cifra della sua vera forza. Ma questo non lo si capisce a partire da un ragionamento astratto, ma solo in azione, mettendosi in moto, perché, “se vuoi vedere, impara ad agire”, come dice il grande teorico della cibernetica Heinz von Foerster. Il fatto è che il metodo è imposto dall’oggetto. Se mi trovo di fronte a problemi e circostanze aziendali, è un conto; se ho davanti a me disoccupati magari giovani o persone con minore esperienza è un altro: non c’è la teoria astratta – salvo avere una visione complessiva delle cose, che si matura appunto agendo e rispondendo ai bisogni reali della vita -, ma sempre un bisogno e un problema o uno stato delle cose a cui guardare. E da questo si parte. Come Milton Erikson sapeva quando diceva che la terapia non esiste, esiste chi arriva in studio da me a fare la terapia, cioè da lui si parte, non da uno schema da applicare a ogni caso, situazione e problema.
Il modello SAPE: Sensi-Azione-Processi-Esperienza ( ognuno di questi quattro elementi rappresenta un modulo formativo)
– I Sensi: i primi amici dell’uomo (primo modulo formativo)
Circola il luogo comune che il cane sia il migliore amico dell’uomo e che certi animali lo siano. In realtà, noi nasciamo già con un bel gruppo di amici fidati: i nostri sensi. I cinque sensi: vista, udito, olfatto, tatto, gusto.
Da qui dobbiamo ripartire. Perché niente si crea e niente si distrugge, nella realtà, proprio perché abbiamo i sensi, che ci fanno guadagnare molta conoscenza indistruttibile. A questo pensiamo assai di rado, ma è il primo canale sicuro della realizzazione personale e del lavoro in comune che crea ricchezza e civiltà.
“Poca osservazione e molto ragionamento conducono all’errore. Molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità”, parola di Alexis Carrel, giovanissimo premio Nobel per la medicina, non un tizio qualunque.
Tutti i sensi sono interconnessi, noi abbiamo canali sensoriali preferenziali, c’è lo schema della PNL, il VAK, che funziona per capire se siamo visivi, auditivi o cinestesici. Non è l’unisco strumento, ce ne sono altri, ma il punto, per ora, da afferrare è che noi possiamo immaginare di realizzare qualcosa di grande e importante soltanto se abbracciamo la realtà nella sua concretezza materiale. Tommaso d’Aquino diceva che non esiste niente nell’intelletto che prima non sia stato afferrato dai sensi.
E’ una storia antica, questa, ma a noi interessa oggi riacciuffare per il codino, come il Barone di Munchausen, la nostra esperienza, per tirarla fuori dalle sabbie mobili. Per far ciò, dobbiamo riapprendere a guardare la realtà, perché la vita è un cammino dello sguardo.
Questo è un lavoro che, in aula, si fa “learning by doing”, praticamente, con esercizi, stimoli e domande. Fondamentale approccio alla realtà, che ti fa cogliere, ad esempio, quando entri in un ambiente, se puoi fidarti di chi hai di fronte oppure no; se puoi vivere in un certo ambiente oppure no; se conosci davvero certe realtà concrete, ad esempio, la finanza, oppure no…etc. gli esempi potrebbero moltiplicarsi.
I moduli per un approccio come questo devono essere “tarati” sulla necessità di far usare appunto i sensi a chi partecipa ai corsi: quindi, video, musica, esperienze, storytelling con dettagli, laboratori anche di scrittura sensoriale e creativa. Tutto un mondo di sensi e, infine, significati concreti da riscoprire. Pensiamo solo a un dato storico ricavabile dalla storia del nostro capitalismo: Adriano Olivetti, per le sue campagne pubblicitarie e perfino per la formazione dei suoi dipendenti, utilizzava poeti, scrittori, filosofi e sociologi. Questa radice integra e sana di approccio al mondo vitale umano va riscoperta, integrata e arricchita con nuovi strumenti e spunti.
– Le Azioni: i messaggeri dell’identità (secondo modulo formativo)
Cosa dicono di noi, le nostre azioni? Sempre Tommaso d’Aquino, uno più avanti di tutti i “formatori” nazionali e internazionali, diceva che l’uomo si scopre per quel che è, “in actu exercito”, ossia mentre esercita un’azione, preme sulla realtà, si affatica per scoprire la propria strada e creare qualcosa di vero, bello e buono per sé e per gli altri che vivono con lui e attorno a lui. Così l’io si scopre concretamente: si capisce facendo.
Non elucubrando sulle condizioni astratte e perfette per fare, ma agendo, buttandosi, rischiando la faccia, la reputazione, la carriera, tutto quel che serve per affermare ciò che sento urgere dentro di me. Ecco a cosa serve l’educazione e la formazione integrale della persona: a tirar su uomini così.
Il successo di questi uomini, con questo sguardo e questo approccio, sarà, nel tempo, inevitabile.
Ogni azione, in realtà, manifesta l’identità. Anche la più piccola e apparentemente banale. C’è molto materiale su questo punto e si tratta di una linea generativa da tracciare e sviluppare adeguatamente, utilizzando soprattutto certi strumenti, tra i quali Robert Dilts e il paradigma dei “livelli di pensiero”.
Le azioni dicono di noi, i nostri atti ci seguono e ci annunciano, aprono il campo a nuove manifestazioni di energia creativa e di creatività.
Siamo sempre nell’ambito dell’io in azione e dunque del capire (chi siamo) facendo, costruendo, inventando e rischiando.
La teoria dell’impresa e il fare impresa propriamente detto è percepibile così meglio, più nitidamente, perché si sposta l’ottica dal “sistema” impersonale al livello personale, di pensiero e di creatività.
– I Processi: dalla persona al sistema, ma con più ricchezza…(terzo modulo formativo)
Le azioni continuamente reiterate e incorniciate in un ambito riconoscibile – dall’impresa alla comunità operante sul territorio – diventano processi. Ossia il progresso e l’evoluzione del sistema nel quale siamo inseriti e che ci fornisce ogni giorno i “segnali” da leggere e interpretare, si evolve e progredisce grazie ai processi. Non tutti i processi sono integrati e accettati dal sistema, ma, dopo la selezione necessaria, il sistema stesso viene ripulito in qualche modo dalle scorie e si affaccia sulla scena pubblica, economica e sociale con un grado di forza interno decisamente superiore.
“Processare” le azioni e metterle a sistema moltiplica il potenziale da parte della persona in direzione della realtà esterna. Ma, nello stesso tempo, l’essenziale si gioca dall’interno della persona, e questo, realmente, fa la differenza. Dentro-fuori: questa è la dinamica dei processi.
Su questi momenti la formazione non può che puntare l’attenzione, focalizzarsi sulla capacità e sulle modalità di apprendimento della persona.
Diventa necessario, a questo livello, apprendere nuove abilità, imparare cosa sia davvero l’intelligenza, resettare il livello di creatività e di apertura al mondo esterno e tutto ciò che abbiamo già detto sull’importanza dell’apparato sensoriale.
L’interazione in aula sarà, quindi, una specie di corpo a corpo con le domande di chi si gioca in questa avventura e con i bisogni, i desideri e le scelte (fatte, da fare e quelle che non hanno funzionato, vedere perché).
– L’Esperienza: accorgersi di crescere (quarto modulo formativo)
Alla fine di questo percorso, il risultato è ciò che esso avrà apportato alla persona nel tempo, seguendo il destino dell’uomo, che è quello di stare, vivere e creare, nel tempo, come essere storico e storicamente determinato.
Quanto arricchisce la persona, nel tempo, e grazie alla nuova consapevolezza acquisita, si chiama esperienza.
L’esperienza significa essenzialmente una cosa: accorgersi di crescere.
E’ la consapevolezza maturata, dopo un percorso e attraverso esso, secondo la quale, per conoscere la realtà, non è necessario farsi ferire o distruggere da essa (spesso questo è un aspetto dell’autosabotaggio), ma chi ha esperienza, chi è appunto “esperto” – questo vuol dire “esperto”: avere esperienza da usare nella realtà e da usare strategicamente, in maniera orientata ai risultati e alla crescita, nell’esperienza c’è sempre un aspetto generativo legato alla realizzazione del futuro possibile – questo lo sa bene. L’ha appreso e ora può insegnarlo e testimoniarlo agli altri. Può quindi essere coach e mentore, fare coaching e mentorship.
Ciò che caratterizza l’esperienza, infatti, è il capire una cosa, lo scoprirne il senso. Ritorna qui l’importanza dei significati e del senso.
L’esperienza quindi implica l’intelligenza del senso delle cose e il senso di una cosa si scopre nella sua connessione con tutto il resto – ritorna l’idea del sistema-cornice di ogni azione, evento e processo -; perciò esperienza significa scoprire a che serva una determinata cosa per il mondo, come possa essere utile al mondo. Quando tutto ciò viene afferrato, verificato e utilizzato, allora abbiamo un incremento della persona attraverso un rapporto autentico con la realtà.